HomeMercatiNuove prese di posizione della BCE: accondiscendente ma non troppo?

Nuove prese di posizione della BCE: accondiscendente ma non troppo?

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La BCE si mostrerà accondiscendente nei confronti della politica dei tassi, ma non troppo. È quanto sta emergendo in queste ore a margine di una serie di dichiarazioni formulate da alcuni dei principali esponenti del comitato esecutivo, con l’economista francese Benoit Coueré che ha ad esempio affermato che l’istituto monetario “non porterà i tassi di politica monetaria in territorio “assurdamente” negativo”. Il membro della Fed ha poi integrato le proprie dichiarazioni aggiungendo come almeno per il momento l’impatto dei tassi negativi sulla redditività delle banche è stato positivo, anche se “ciò non sarebbe necessariamente vero se il tasso sui depositi fosse fissato a livelli significativamente più bassi”.

Riguardo invece al programma di acquisto di attività del settore pubblico, la BCE “non vede prove che rechi un significativo disturbo al funzionamento del mercato”; di contro, l’opinione sul PSPP sembra essere di “aiuto al funzionamento del mercato fornendo una fonte costante di domanda” senza tuttavia impedire la disciplina di mercato. Per quanto concerne l’impatto della regolamentazione, Coeuré ha poi sottolineato come il legame più stringente è costituito dal leverage ratio. La riduzione del bilancio disponibile per il trading – riassumevano poi in tal proposito gli analisti ISP – ha avuto due conseguenze: primo, la necessità di indirizzare la liquidità verso le attività più redditizie; secondo, una maggiore segmentazione dei mercati, perché ora è più difficile finanziare posizioni in spread. Tornando alle dichiarazioni di Coeuré, l’economista francese ha visto motivi “per raffinare e semplificare il panorama regolamentare per eliminare alcune di tali conseguenze indesiderate”.

Dichiarazioni di interesse sono inoltre state formulate dal numero 1 dell’Eurotower, Mario Draghi, che intervenendo alla conferenza annuale dell’Asian Development Bank, è tornato a difendere la BCE dagli attacchi (in tal proposito, particolare rilievo ebbe la sua strenua difesa nella conferenza stampa post ultimo comitato, con controffensiva nemmeno tanto celata nei confronti della Germania). All’ultima occasione, Draghi ha spiegato che “il livello basso dei tassi di politica monetaria è un sintomo dell’eccesso di risparmio a livello globale e non la causa dei problemi attuali”, ed ha poi riassunto che il calo dei tassi a lungo termine reali o livello naturale di equilibrio è spiegato dall’invecchiamento della popolazione, dalla minore spesa pubblica a fronte dell’elevato indebitamento di molti paesi avanzati e ad un rallentamento della produttività (fattori che secondo uno studio della Banca d’Inghilterra spiegano circa 400 punti base del calo dei tassi di interesse reali a più lungo termine, osservavano ancora gli economisti di ISP).

“Mantenendo i tassi di mercato al di sotto del livello reale di equilibrio, le banche centrali stanno cercando di stimolare gli investimenti e consumi necessari a riportare il PIL vicino al potenziale” – ha poi aggiunto Draghi, che si è soffermato a ricordare che è nell’interesse dei risparmiatori che l’economia cresca in linea con il potenziale. Infine, per quanto concerne i nuovi margini di manovra, Draghi – ma non è affatto una novità – è sembrato tornare sulla necessità di applicare un congruo mix tra la politica monetaria e quella fiscale, in grado di rilanciare la crescita.

Sempre in ambito europeo, ma spostandoci dalle scrivanie della BCE a quelle della Commissione Europea, emerge la pubblicazione delle stime di primavera, che costituiscono il punto di partenza per la valutazione dei programmi di stabilità. Ebbene, sulla base delle ultime osservazioni ne è scaturito che la crescita del PIL è stata rivista al ribasso di un decimo sia nel 2016 (all’1,6%) che nel 2017 (all’1,8%). La proiezione di inflazione è scesa a 0,2% quest’anno e a 1,4% il prossimo.

Si tenga conto, a proposito di revisioni di stima di crescita, che i ritocchi riguardano in particolare la Germania (-0,2% sia quest’anno che il prossimo all’1,6%), l’Italia (-0,3% nel 2016 all’1,1%) e la Spagna (-0,2% quest’anno al 2,6%). Vengono invece confermate all’1,3% quest’anno e all1,7% il prossimo le previsioni per la Francia. Complessivamente, afferma la Commissione, le revisioni si giustificano con il rallentamento del commercio internazionale, l’affievolirsi della spinta dal passato deprezzamento del cambio e calo del prezzo del greggio. Preoccupazione è stata in particolarmente espressa per la spinta dai consumi privati, principale motore di crescita nel 2015, che potrebbe affievolirsi in parte per il recupero di potere d’acquisto.

Con particolare Per l’Italia, la Commissione Europea ha come atteso rivisto al ribasso le stime sulla crescita del PIL per quest’anno, da 1,4% a 1,1%, mantenendo invece a 1,3% la previsione per il 2017. Le stime sono di un decimo inferiori a quelle del governo. In ribasso anche le sull’inflazione (da 0,3% a 0,2% nel 2016 e da 1,8% a 1,4% nel 2017), mentre il deficit di finanza pubblica è stato rivisto da 2,5% a 2,4% quest’anno ma da 1,5% a 1,9% nel 2017. All’interno del dossier sull’Italia, sono stati espressi margini di dubbio per quanto concerne il debito, che non è più visto in flessione quest’anno, ma stabile al 132,7% del PIL (e in calo solo marginale, al 131,8%, nel 2017) e il disavanzo strutturale, che viene confermato all’1,7% del PIL quest’anno, ed è visto rimanere su quel livello anche l’anno prossimo. Dunque, sotto tali aspetti lo scenario della Commissione è sensibilmente differente da quello del governo, che invece punta a una diminuzione del debito già quest’anno a 132,4% e a un saldo strutturale che per il governo sarà in deficit all’1,3% quest’anno e in miglioramento allo 0,8% l’anno prossimo.

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